Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/77

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


scemate. Così il disio mi trasportava volonterosa alla fine del tempo dato.

Usata adunque questa sollecitudine vana, il più delle volte nella mia camera mi tornava, e quivi più volontieri sola che accompagnata. Per fuggire i pensieri nocevoli, quando sola mi vi trovava, aprendo uno mio forziere, di quello molte cose già state sue ad una ad una traeva, e quelle, con quello disiderio ch’io soleva già lui riguardare, le mirava, e miratele, appena le lagrime ritenute, sospirando le baciava; e quasi come se intelligenti creature state fossero, le dimandava: Quando ci fia il signor nostro?. Quindi, riposte queste, infinite sue lettere a me da lui mandate traeva fuori, e quelle quasi tutte leggendo, quasi con lui parendomi ragionare, sentiva non poco conforto. E molte volte fu che io, la mia serva chiamata, varii parlamenti con lei tenni di lui, ora dimandandola qual fosse la sua speranza della tornata di Panfilo, ora dimandandola quello che di lui le paresse, e talvolta se di lui avesse udito alcuna cosa. Alle quali cose essa, o per piacermi, o pure secondo il suo parere il vero rispondendomi, non poco mi consolava; e così molte volte gran parte del dì trapassava con poca noia.

Non meno che le già dette cose, o pietose donne, m’era caro il visitare li templi, e il sedere alla mia porta con le mie compagne, dove spesso da ragionamenti varii alquanto erano da me rimosse le mie sollecitudini infinite. Nelli quali luoghi stando, più volte m’avvenne che io vidi di quelli giovini quali io molte volte con Panfilo avea veduti; nè mai che io gli vedessi avvenia che io tra loro non mirassi, quasi tra essi dovessi Panfilo rivedere. Oh quante volte io fui in ciò avvedutamente