Pagina:Boccaccio - Il Filostrato di Giovanni Boccaccio nuovamente corretto su i testi a penna, 1831.djvu/148

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136 IL FILOSTRATO


LXX.


Così piangendo, in amorosa erranza
     Dimoro lasso, e non so che mi fare;
     Imperocchè ’l valor, se pure avanza,
     Forte d’amor, il mi sento mancare,
     E d’ogni parte fugge la speranza,
     E crescon le cagion del tormentare:
     Vorrei io esser morto il giorno ch’io
     Prima m’accesi in sì fatto desio.

LXXI.


Pandaro disse allora: tu farai
     Come ti piacerà, ma s’io acceso
     Fossi, come tu mostri essere assai,
     Quantunque fosse grave questo peso,
     Avendo la potenza che tu hai,
     Se non mi fosse per forza difeso,
     Di portarla farei il mio potere,
     A cui ch’el si dovesse dispiacere.

LXXII.


Non guarda amor cotanto sottilmente,
     Quanto par che tu facci, quando cuoce
     Ben da dover l’innamorata mente;
     Il qual, se quanto di fiero ti nuoce,
     Seguita ’l suo volere, e virilmente
     T’opponi a questo tormento feroce,
     E vogli innanzi esser ripreso alquanto,
     Che con martír morire in tristo pianto.