Pagina:Boccaccio - Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio nuovamente corretto sopra un testo a penna. Tomo I, 1831.djvu/153

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

SOPRA DANTE 133

triumvirato Marco Antonio e Marco Lepido, e rimaso egli solò triumviro ne seguì, o per tacita forza, o pure per ispontaneo piacere del senato e del popolo di Roma, l’essergli il governo della repubblica commesso, quando cognominato fu Augusto: dopo il quale sempre fu servato poi uno dopo altro, essere in quella dignità sustituiti e chiamati imperadori. E risponde qui l’autore ad una tacita quistione. Potrebbe alcun dire: come dei tu, che se’ cristiano, credere che Iddio fosse più liberale ad un pagano di lasciarlo andare vivo in inferno, che a te? A che egli e nelle parole predette risponde, e in quelle che seguono dicendo: Non pare indegno, l’avere Iddio sostenuto l’andata d’Enea, ad uomo d’intelletto, il cui giudicio è ragionevole e giusto, e massimamente avendo riguardo, Ch’ei, Enea, fu dell’alma, cioè eccelsa, Roma, la quale tutto il mondo si sottomise, e dell’impero, cioè della signoria di Roma; o vogliam dire della dignità spettante a quelli che noi chiamiamo imperadori: de’ quali fu il primo Ottaviano, disceso per molti mezzi della schiatta d’Enea; Nell’impireo ciel, cioè nel cielo della luce, dove si crede essere il solio della divina maestà. E chiamasi impireo cioè igneo; perciocchè pir in greco, viene a dire fuoco in latino: e vogliono i nostri santi quello dirsi impireo, perciocchè egli arde tutto di perfetta carità: per padre eletto. Vuol per questo sentir l’autore, per divina disposizione esser d’Enea seguito quello che leggiamo essere stato operato per li suoi successori. E dice quivi Enea essere padre di Roma e dello imperio, perciocchè quegli che di lui nacque-