Pagina:Boccaccio - Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio nuovamente corretto sopra un testo a penna. Tomo I, 1831.djvu/175

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

SOPRA DANTE 155

Qui si dimostra Virgilio assai graziosamente disposto al comandamento della donna; mostrando che egli non solamente desidera d’ubbidirla prestamente, ma dice: Che l’ubbidir, al comandamento, se già fosse, in atto m’è tardi; e però segue,

Più non t’è uopo aprirmi il tuo talento:

quasi dica, assai hai detto, ed io son presto; ma nondimeno le muove un dubbio dicendo:

Ma dimmi la cagion, che non ti guardi
Dello scender quaggiù in questo centro,

pieno di scurità e di pene eterne: e chiamasi centro quel punto, il quale fa quella parte del sesto il quale noi fermiamo, quando alcun cerchio facciamo: e però chiama centro il corpo della terra; perciocchè avendo riguardo alla grandissima larghezza della circunferenza del cielo, e alla piccola quantità del corpo della terra posta nel mezzo de’ cieli, qui si può dire centro del cielo: Dall’ampio loco, cioè dal cielo, ove tornar tu ardi, cioè ardentemente desideri. Al quale Beatrice dice così:

Da poi che vuoi saper cotanto addentro,

cioè sì profonda ed occulta cosa,

Dirolti brevemente, mi rispose,
Perch’ i’ non temo di venir qua entro,

in questo carcere cieco:

Temer si dee sol di quelle cose,
C’hanno potenza di fare altrui male,

siccome Aristotile nel terzo dell’Etica vuole, il non temer le cose che posson nuocere, come sono i tuoni, gl’incendii, e’ diluvii dell’acque, la mine degli edifìcii, e simili a queste, è atto di bestiale e di te-