Pagina:Boccaccio - Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio nuovamente corretto sopra un testo a penna. Tomo I, 1831.djvu/233

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SOPRA DANTE 213

giuso, come puote l’uom por giù le sue colpe per la penitenza, che quelle che in eterno non si posson metter giù, come quelle sono nelle quali l’uomo si muore. E non è da credere, che attualmente l’autore in inferno andasse, o che questo fiume, o questo nocchiere, e l’altre cose che qui e altrove si pongono, vi sieno, ma conviensi a’ nostri ingegni in questa maniera parlare, acciocchè essi con minore difficultà possino dalle cose attualmente descritte comprendere le spirituali, le quali per opera d’immaginazione o di meditazione s’intendono. Non ha la divina volontà bisogno d’alcuno uficiale, basta in lui semplicemente il volere, e quello incontanente è mandato ad esecuzione, siccome dice il Salmista: Dixìt et facta sunt mandavit, et creata sunt. Ma questo noi non comprenderemmo, se in alcuni termini dimostrativi non ne fosse posto dinanzi quello che Iddio dispone e adopera, siccome nelle cose dette si può comprendere, cioè noi vivere ed essere dal tempo menali alla morte, e dopo quella, se male vivuti siamo, dannati. E così possiam questa maniera, del passare in inferno, dire che sia per sentenza diffinitiva data da Dio, siccome da giudice il quale esser non può in alcuna cosa ingannato: e come quegli cotali, che da questa sentenza dannati sono, hanno il fiume valicato, in rem judicatam son trapassati senza dovere sperare, che mai per alcuna cagione cotal sentenza si debba o possa rivocare; quantunque scioccamente Origene, per altro prudentissimo e grandissimo litterato uomo, mostrasse di credere, Iddio alla fine del mondo dovere,