Pagina:Boccaccio - Il comento sopra la Commedia di Dante Alighieri di Giovanni Boccaccio nuovamente corretto sopra un testo a penna. Tomo III, 1832.djvu/139

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SOPRA DANTE 131

strano le virtù vitali, secondochè il cuore è più o meno oppresso da alcuna passione; e perciò dicendo costui sè avere perduti i polsi, possiamo intendere lui voler mostrare, sè con sì assidua meditazione avere data opera alle bisogne del suo signore, che gli spiriti vitali, o per difetto di cibo, o di sonno o d’altra cosa, ne fossero indeboliti talvolta, e così essersi perduta la dimostrazione, la quale de’ lor movimenti fanno ne’ polsi. E detto questo dimostra la cagione del suo cadimento, e della sua morte dicendo, La meretrice, cioè la invidia, la quale perciò chiama meretrice, perchè con tutti si mette, come quelle femmine le quali noi volgarmente chiamiamo meretrici; vogliendo in questo, che come quelle femmine hanno alcun merito da coloro a’ quali elle si sottomettono, così la invidia aver per merito il disfacimento di colui al quale ella è portata: ma perciocchè ancora in parte alcuna non s’è singulare ragionamento avuto di questo vizio, perciocchè ancora al luogo dove si puniscono gl’invidiosi non s’è pervenuto, poichè qui così efficacemente in poche parole ne parla, sarà utile secondo quello che di questo vizio sentono i poeti dire alcuna cosa, Descrive adunque questo pessimo vizio Ovidio nel suo maggior volume in questa forma

— — — domus est imis in vallibus antri
Abdita, sole carens, non ulli pervia vento:
Tristis, et ignavi plenissima frigoris, et quae
Igne vacet semper, caligine seniper abundet.

E poco appresso seguita

— — — — videt intus edentem