Pagina:Boccaccio - La Teseide di Giovanni Boccaccio nuovamente corretta sui testi a penna, 1831.djvu/143

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LIBRO QUARTO 125


17


Piccola forza omai al tuo furore
     Finire ha luogo, ch’io e Palemone:
     Nè altri più del sangue di Agenore
     Rimasi siamo: ed egli è in prigione,
     Ed io in tristo esilio; nè peggiore
     Stato potresti donarci o Giunone,
     Fuor se ci uccidi; e questo per conforto
     Disidera ciascun d’esser già morto.

18


E detto ciò, con ira sospirando,
     Da quella torse il viso disdegnoso,
     Co’ suoi scudieri ver Corinto andando;
     Nella qual giunto, assai piccol riposo
     Fece, ma ver Micena cavalcando,
     In essa, quasi fuor di sè, pensoso
     Pervenne quivi, e così sconosciuto,
     A servir Menelao fu ricevuto.

19


Egli era ancora molto giovinetto,
     Siccome barba non aver mostrava;
     Bello era assai e di gentile aspetto,
     Ed a gran pena quel ch’era celava:
     Ben l’avie fatto alquanto palidetto
     L’amorosa fatica ch’e’ portava;
     Ma non così che molto non piacesse
     A chiunque era quel che lui vedesse.