Pagina:Boccaccio - La Teseide di Giovanni Boccaccio nuovamente corretta sui testi a penna, 1831.djvu/149

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LIBRO QUARTO 131


35


Qualunque iddea nel cielo è più bella,
     Nel cospetto di lei parrebbe oscura;
     Ella è più chiara che alcuna stella,
     Nè dicesi che mai bella figura
     Fosse veduta tanto com’è quella:
     Ver è che per la sua disavventura
     L’altr’ieri morì Acate, a cui sposa
     Esser doveva quella fresca rosa.

36


Ed altre cose molte più gli disse,
     Le qua’ mison Penteo in gran pensiero,
     E ’l tramortito amor quasi rivisse,
     E il disio più focoso e più fiero
     Parve subitamente divenisse;
     Nè ciò gli parve a sostener leggiero:
     E ’n sè conobbe che in tal disiare
     Non potrebbe or come già fe’ durare.

37


E’ si sentiva sì venuto meno,
     Che appena si poteva sostenere;
     Onde se quelle pene che ’l cocieno
     Non mitigasse d’Emilia il vedere,
     Assai in breve lui ucciderieno:
     Perchè diliberò pur di volere
     In ogni modo ritornare a Atene,
     Ad alleggiare o a finir sue pene.