Pagina:Boccaccio - La Teseide di Giovanni Boccaccio nuovamente corretta sui testi a penna, 1831.djvu/167

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LIBRO QUARTO 149


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Così di sopra dall’erbe e da’ fiori
     Penteo la sua fortuna biasimava
     Un bel mattino al venir degli albori;
     Allorchè per ventura indi passava
     Panfilo, ch’era l’un de’ servidori
     Di Palemone, e intanto ascoltava
     Dello scudiere il gran rammarichio
     Di sua fortuna, ed anche del disio.

90


E fra sè stesso si fu ricordato
     Chi fosse Arcita, ed udì che Penteo
     Nel suo rammaricar s’era chiamato,
     Per che tantosto lo riconosceo;
     E molto seco s’è maravigliato,
     Com’egli avea la grazia di Teseo:
     Non disse nulla, ma ver la prigione
     Se ne tornò, per dirlo a Palemone.

91


Ma il giovane Penteo di ciò ignorante,
     Come fu ora in Atene sen venne:
     E con allegro viso e con festante
     Al luogo ov’era il suo signor pervenne,
     Col qual di molte cose ragionante,
     Siccome egli era usato si ritenne:
     Poi partito da lui gì a sapere
     S’Emilia un poco potesse vedere.