Pagina:Boccaccio - La Teseide di Giovanni Boccaccio nuovamente corretta sui testi a penna, 1831.djvu/20

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2 LETTERA

umana figura esser con meco dilibero. E che essa quello che io considero sia, il suo effetto ne porge argomento chiarissimo; perocchè ella con gli occhi della mia mente mirata, nel mezzo delle mie pene ingannando, non so con che ascosa soavità, l’afflitto cuore, gli fa quasi le sue continove amaritudini obliare, e in quello di sè medesimo genera un pensiero umilissimo, il quale mi dice: questa è quella Fiammetta, la luce de’ cui begli occhi prima i nostri accese, e già fece contenti con gli atti suoi gran parte de’ nostri ferventi disii. O quanto allora me a me togliendo di mente, parendomi essere ne’ primi tempi, li quali, io non immerito, ora conosco essere stati felici, sento consolazione. E certo se non fossono le pronte sollecitudini, delle quali la nimica fortuna m’ha circondato, che non una volta ma mille in ogni piccolo momento di tempo con punture non mai provate mi spronano, io credo che così contemplando, quasi gli ultimi termini della mia beatitudine abbracciando morre’ mi. Tirato adunque da quello a che, quantunque sia stato lungo lo spazio, appena essere stato mi pare, quale io rimanga, Amore, che i miei sospiri conosce, il può vedere: il quale, ancorachè voi ingiustamente di piacevole sdegnosa siate tornata, però non mi abbandona. Nè possono nè potranno le cose avverse, nè il vostro turbato aspetto spegnere nell’animo quella fiamma, la quale, mediante la vostra bellezza, esso vi accese; anzi essa più fervente che mai con isperanza verdissima vi nutrica. Sono adunque del numero de’ suoi soggetti com’io solea. Vero è che dove bene avventurato già fui, ora