Pagina:Boccaccio - La Teseide di Giovanni Boccaccio nuovamente corretta sui testi a penna, 1831.djvu/258

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
240 LA TESEIDE


86


E basti all’altro la vergogna sola,
     Senz’altro danno, d’avermi perduta:
     E, se lecita mi è questa parola,
     Fa’ che da me, o Dea, sia conosciuta
     In queste fiamme, il cui incenso vola
     Alla tua deità, da cui tenuta
     Sarò, che per Arcita ci si pone
     L’una, e l’altra poi per Palemone.

87


Almen s’adatterà l’anima trista
     A men sospir, per la parte perdente,
     E più leggiera sosterrà la vista,
     Quando ’l vedrò del teatro fuggente:
     E la mia volontà, che ora è mista,
     Dell’una parte si farà parente;
     L’altra con più forte animo fuggire
     Vedrà, sapendo ciò che de’ avvenire.

88


I fuochi ardevan mentre ella pregava,
     Dando soave odor nel tempio adorno,
     Ne’ quali Emilia tuttora mirava,
     Quasi per quelli, senza alcun soggiorno,
     Veder dovesse ciò che disiava:
     Quando di Diana il cor l’apparve intorno
     Infaretrato, e disse: giovinetta,
     Tosto vedrai ciò che per te si aspetta.