Pagina:Boccaccio - La Teseide di Giovanni Boccaccio nuovamente corretta sui testi a penna, 1831.djvu/319

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LIBRO OTTAVO 301


122


E se non fosse ched egli fu atato
     Da’ suoi avversi, il caval l’uccidea;
     A cui di bocca appena fu tirato,
     E tratto fuor della crudel mislea,
     E senza alcuno indugio disarmato
     Per Arcita, che l’arme sue volea
     Per offerirle a Marte, se avvenesse
     Ch’a lui il dì il campo rimanesse.

123


Se Palemone allora fu cruccioso,
     Soverchio qui saria a raccontare,
     E però di narrarlo mi riposo,
     Ottimamente il può ciascun pensare:
     Egli era alla sua vita invidïoso,
     E quasi si voleva disperare:
     E ben si crede del tutto perduta
     Aver d’Emilia la speranza avuta.

124


Essa a ciò riguardava assai dolente:
     E sappiendo qua’ patti eran fra loro,
     Già d’Arcita credendo veramente
     Esser l’animo suo, senza dimoro
     A lui voltò, e divenne fervente
     Dall’amor d’esso; e già per suo ristoro,
     Per lui vittoria pietosa chiedea,
     Nè più di Palemon già le calea.