Pagina:Boccaccio - La Teseide di Giovanni Boccaccio nuovamente corretta sui testi a penna, 1831.djvu/404

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386 LA TESEIDE


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Al qual poichè de’ furono venuti,
     Emilia lassa cominciò piangendo;
     O dolce Arcita, e’ non furon creduti
     Da me tai casi, che a te venendo
     Fosser gli visi da dolor premuti
     Con piagnevoli voci, quali intendo:
     Nè in questa guisa mi credetti entrare
     Nella camera tua a dimorare.

42


Assai m’è, lassa, duro a sostenere
     Ciò che io veggio, che le prime tede
     Al rogo tuo mi convenga tenere.
     O dispietati iddii senza mercede,
     Or che è questo che v’è in piacere?
     Dov’è l’amore antico, ove la fede
     Che solevate portare a’ mondani?
     Ella n’è gita con li venti vani.

43


O caro Arcita, più non posso avanti,
     Prendi le fiamme da me concedute
     Al rogo tuo, e’ dolorosi pianti,
     Per la tua alma in loco di salute.
     E mentre ch’essa ne’ dolenti canti
     Stava così, da lei fur conosciute
     Le voci funerali che in usanza
     Erano allor per pelopea mostranza.