Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/178

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8 a m. pino de’ rossi

mutiamo? certo niuna. Adunque non giustamente esilio, ma permutazione chiamar dobbiamo quella, che o costretti o volontarii d’una terra in un’altra facciamo. Nè fuori della città nella quale nasciamo riputar ci dobbiamo in alcun modo, se non quando per morte lasciata quella, all’eterna ne andiamo.

Se forse si dicesse, altre usanze essere ne’ luoghi dove l’uomo si permuta, che nelli lasciati, queste non si debbono tra le gravezze annoverare, conciosiacosachè le novità sempre sieno piaciute a’ mortali; e cosa inconveniente sarebbe a concedere che più di valore avesse ne’ piccioli fanciulli l’usanza che il senno negli attempati. Possono i piccioli fanciulli tolti di un luogo e trasportati in un altro, quello per l’usanza far suo, e mettere il naturale in oblio; il che molto maggiormente l’uomo dee saper fare col senno, in tanto quanto il senno dee avere più di vigore, ed ha, che non ha l’usanza, quantunque ella sia seconda natura chiamata. Questo mostrarono già molti, e tutto dì lo dimostrano. I Fenici partiti di Siria n’andarono nell’altra parte del mondo, cioè nell’isole di Gade ad abitare; i Marsiliesi lasciata la loro nobile città in Grecia, ne vennero tra l’alpestri montagne della Gallia, e tra fieri popoli a dimorare; la famiglia Porcia lasciato Tusculano ne venne a divenire romana; chi potrebbe dire quanti già a diletto lasciarono le proprie sedie, e allogaronsi nell’altrui? E se questo può fare il senno per sè medesimo, quanto maggiormente il deve fare chi dall’opportunità è aiutato o sospinto? perchè estimo non di piccolo giovamento, poichè così piace alla fortuna, che