Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/182

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12 a m. pino de’ rossi

biate a ringraziare Dio, e con pazienza quello a sostenere che gli è piaciuto di darvi. Senzachè se alcuno luogo a spirito punto schifo fu noioso a vedere, o ad abitarvi, la nostra città mi pare uno di quelli, se a coloro riguarderemo, e a’ loro costumi, nelle mani de’ quali, per la sciocchezza o malvagità di coloro che l’hanno avuto a fare, le redini del governo della nostra repubblica date sono. Io non biasimerò l’essere a ciò venuti chi da Capalle, quale da Cilicciavole, e quale da Sugame o da Viminiccio, tolti dalla cazzuola o dall’aratro, e sublimati al nostro magistrato maggiore, perciocchè Serrano dal seminar menato al consolato di Roma, ottimamente colle mani use a rompere le dure zolle della terra l’uficio esercitò. Lucio Quinzio Cincinnato sostenne la verga eburnea, ed esercitò il magnifico ufizio della dittatura; e Caio Mario, col padre cresciuto dietro agli eserciti facendo i piuoli a’ quali si legano le tende, soggiogata l’Affrica, incatenato ne menò a Roma Giugurta. E acciocchè io di questi più non racconti, perciocchè non me ne maraviglio, pensando che non simili alle fortune piovano da Dio gli animi ne’ mortali, nè eziandio a quali noi vogliamo, più originali cittadini divenendo quelli, o per avere d’insaziabile avarizia gli animi occupati, o di superbia intollerabile enfiati, o d’ira non convenevole accesi o d’invidia, non l’aver pubblico, ma il proprio procurando, hanno in miseria tirata e tirano in servitù la città, la quale ora diciamo nostra, e della quale, se modo non si muta, ancora ci dorrà esser chiamati. E oltre a ciò vi veggiamo, acciocchè io taccia per