Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/183

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lettera 13

meno vergogna di noi i ghiottoni, tavernieri e puttanieri, e gli altri di simile lordura disonesti uomini assai, i quali, quale con continenza gravissima, quale con non dire mai parola, e chi coll’andar grattando i piedi alle dipinture, e molti coll’affannarsi1 e mostrarsi tenerissimi padri e protettori del comun bene, i quali tutti ricercando non si troverà che sappiano annoverare quante dita abbiano nelle mani, come che del rubare, quando fatto lor venga, e del barattare sieno maestri sovrani, essendo buoni uomini reputati dagli ignoranti, al timone di sì gran legno in tanta tempesta faticante son posti. Le parole, l’opere, i modi, e le spiacevolezze di questi cotali, quante e quali elle siano, e come stomachevoli, e udite e vedute e provate l’avete, e però lascerò di narrarle, dolendomi se di avere tante violenze, tante ingiurie, tanta disonestà, tanto fastidio veduto, vi dolete d’esserne stato cacciato. Certo se voi avete quell’animo, che già è gran pezza avete voluto ch’io creda, voi vi doverreste vergognare, e dolere di non esservi di quella già è gran tempo, spontaneamente fuggito. O felice la cecità di Democrito il quale non volendo gli studi ateniesi lasciare, piuttosto elesse in quelli vivere senz’occhi, che vedere insieme i sacri ammaestramenti della filosofia, e gli stomachevoli costumi de’ suoi cittadini! Li quali per non vedere, e il primo Affricano e il Nasica Scipione l’uno a Linterno l’altro a Pergamo in Asia, preso volontario esilio, sè medesimi relegarono. E se il mio piccolo e depresso

  1. Con l’anfanare.