Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/202

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32 a m. pino de’ rossi

te, contento che l’infortunio vi abbia parimente fatto conoscere i falsi amici da’ veri, e quanta sia l’ingratitudine de’ vostri cittadini, nella quale, non conoscendola e forse troppo sperando, potreste per l’avvenire esser caduto in più abominevole pericolo che questo, e senza curarvi di ciò, che curandovi altro che vergogna non vi può accrescere, cioè del titolo della vostra cacciata, avviso che leggermente lo spegnerete.

Io poteva per avventura assai onestamente far qui fine alle parole; ma l’affezione mi sospinge a dovere ancora con alcuno altro puntello l’animo vostro agramente dicollato armare al suo sostegno, e questo sarà la buona speranza, le cui forze sono tante e tali, che non solamente nelle fatiche sostengono i mortali, ma ad esse volontariamente sottentrare ne gli fanno, siccome noi manifestamente veggiamo. Chi dopo molte fatiche farebbe ai poveri lavoratori gittare il grano nelle terre se questa non fosse? Chi farebbe a’ mercatanti lasciare i cari amici, e’ figliuoli e le proprie cose, e sopra le navi, e per l’alte montagne e per le folte selve non sicure da’ ladroni andare se questa non fosse? Chi farebbe ai re votare i loro tesori, producere ne’ campi sotto l’armi i loro popoli, e mettere in forse le loro maestà se questa non fosse? Costei l’uberifera ricolta, gli ampi guadagni e le gloriose vittorie promette, e ancora debitamente presa concede.

Sperare adunque ne’ grandissimi affanni si vuole, ma non negli uomini, ch’egli è maladetto quell’uomo che ha nell’uomo speranza. In Dio è da sperare: la