Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/204

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34 a m. pino de’ rossi

il quale se io delle mie lettere degno estimassi io il nominerei, ma è sì recente la cosa, che leggiermente senza nome il conoscerete. Ricordare adunque vi potete essere stato chi, in non più lungo spazio d’undici mesi, essendo con acerbissimo bando della nostra città discacciato, e de’ meno possenti fatto grande, il che in disgrazia, sì siamo ritrosi, ci riputiamo; e oltre a ciò con quelle maledizioni che possono in alcuno gittare le nostre leggi essere aggravato, ed allora ch’egli più lontano si credeva essere a dover provare l’umanità de’ suoi cittadini, di mercatante, non uomo d’arme solamente, ma duca divenuto di armati, con troppo maggior vista che opera meritò di ricevere la cittadinanza, e di nobile plebeo ritornare, e eziandio di salire al nostro maggior magistrato. Che adunque diremo, se non che alcuno, quantunque oppresso sia, mai della grazia di Dio non si dee disperare, ma bene operando sempre a buona speranza appoggiarsi? Niuno è sì discreto e perspicace che conoscer possa i segreti consigli della fortuna, de’ quali quanto colui che è nel colmo della sua ruota puote e dee temere, tanto coloro che nell’infimo sono deono e possono meritamente sperare. Infinita è la divina bontà, e la nostra città più che altra è piena di mutamenti: intanto che per esperienza tutto dì veggiamo verificarsi il verso del nostro poeta:
               .     .     .     .     .     Ch’a mezzo novembre
               Non giungne quel che tu d’ottobre fili.
E però reggete con viril forza l’animo dalla contraria fortuna sospinto e abbattuto, e cacciate via il dolore