Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/206

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36 a m. pino de’ rossi

veggio campi colli e alberi di verdi fronde e di fiori varii rivestiti, cose semplicemente dalla natura prodotte, dove ne’ cittadini sono tutti atti fittizii: odo cantare gli usignuoli e gli altri uccelli non con minor diletto, che fosse già la noia di udire tutto il dì gl’inganni e le dislealità de’ cittadini nostri; e con i miei libricciuoli, quante volte voglia me ne viene, senza alcuno impaccio posso liberamente ragionare. E acciocchè io in poche parole conchiuda la qualità della mente mia, vi dico, che io mi crederei qui, mortale come io sono, gustare e sentire della eterna felicità, se Dio m’avesse dato fratello o non me lo avesse dato. Credettimi, quand’io presi la penna, scrivervi una lettera convenevole, ed egli m’è venuto scritto presso che un libro. Ma tolga via Dio che di tanta lunghezza mi scusi, sperando che, se altro adoperare non potrà la mia scrittura, almeno questo farà, che quanto tempo in leggerla metterete tanto a’ vostri sospiri ne torrò. A Luca e a Andrea, i quali intendo che costà sono, quella compassione ne porto che ad infortunio d’amico si dee portare: e se io avessi che offerire in mitigazione de’ loro mali fareilo volentieri. Nondimeno, quando vi paia, quelli conforti che a voi dò, quelli medesimi, e massimamente in quelle parti che a loro appartengono, intendo che dati sieno. E senza più dire, prego Iddio che consoli voi e loro.