Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/208

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38 a messer francesco

Mecenate arrappare: e che l’animo ti stava, che secondo il parer mio ogni cosa mi sarebbe suta apparecchiata, e quindi non esser senno l’averlo turbato; lodando, dopo questo, il tornare. E benchè la pestilenza mi spaventi, o mi contrasti il caldo della state, utile tempo mi conforti ad aspettare; e per la tua fede affermi che al desiderio mio troverò ogni cosa apparecchiata; affermando, Mecenate tuo essersi vergognato quando udì il mio partire, perocchè a molti sia paruto che per sua colpa mi sia partito, e che, se fede m’avesse potuto prestare, non sarebbe avvenuto che partito mi fossi; e se al tutto mi fossi voluto partire, con debiti onori e doni convenevoli me infino nella propria patria averebbe rimandato; e altre cose più inframetti non meno piacevoli che gravi, quasi quel primo ardore sia ito in cenere.

Oh se io volessi, ho che ridere, ho che rispondere. In verità nel proprio tempo sarà riserbato il riso; ma allo scritto, non come tu meriti, ma come alla gravità mia si confà, risponderò. Niuno certamente arebbe potuto quello che tu di’ scrivere, che non fosse con più paziente animo da comportare, conciossiacosachè un altro potesse per ignoranza aver peccato; ma tu, no, perocchè d’ogni cosa sei consapevole, e sai contra la mente tua hai scritto. Se forse di’, non me ne ricorda, possibile è gli uomini siano dimentichi, ma non sogliono le cose fresche così subito cadere della memoria. Che diresti tu, se, poichè queste cose son fatte, un anno grande fosse passato? conciossiacosachè non ancora il sole abbia perfettamente compiuto il cerchio suo, a Messina in quelli