Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/209

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epistola 39

dì che il nostro re Lodovico morì1, di questo mio infortunio si fece parola: tu a’ ventidue di aprile seguente queste cose scrivi. Dirai ch’i’ sia dimentico?

O buon Dio! Ecco se, non sapendo io, del fiume di Lete assaggiasti (forsechè n’assaggiasti); e se non n’assaggiasti, tu ti dovevi ricordare delle lettere di Sicilia a me scritte di mano del tuo messer Mecenate, egregio albergo delle muse, con quanta istanza io sia in quelle chiamato, con quante promesse acciocch’io venga; alle quali, acciocch’io fossi più inchinevole, nell’epistola scritta di mano di Mecenate era posto: ch’io venissi a participare seco la felicità sua. E se io volessi mentire, le lettere sono ancora intere per dare certissimo testimonio alla verità, se elle sieno domandate. Ma acciocchè io, che so tutto, dica qualche cosa, confesso spontaneamente ch’io fui alquanto in pendente, lette le lettere tue. Certamente io temeva, altre volte esperto, non quelle larghe promesse, non la disusata liberalità, non la molta dolcezza delle parole ricoprisse alcuna cosa meno che vera, ovvero inducessero scorno. Finalmente da me, poco fidandomi, l’epistola tua rimosse il dubbio, e, con pace del tuo Mecenate sia detto, a te credetti. Me nè la promessa, nè ’l venire i conforti tuoi sospinsono, perocchè tu sapevi che modo fosse a me di vivere nella patria, che ordine e che studio; e però nell’animo mio fermai che tu


  1. Lodovico di Taranto, secondo marito della regina Giovanna, morto in Messina nel 1362.