Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/210

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40 a messer francesco

non dovessi, uomo d’eta compiuta, consigliare ch’entrassi in nuovi costumi o diversi agli usati; e così venni nel consiglio tuo.

E acciocchè tu dopo il venir mio ragionevolmente non mi potessi dire troppo sciocco, io ti scrissi una lettera, la copia della quale è appresso di me, nella quale interamente ti faceva savio che animo fosse in me venendo costà; e non troverai, se tu la producerai innanzi, me avere commessa alcuna cosa contro a quella. Ma che dico io molte parole? Io venni con malo augurio, e a Nocera te e il tuo Grande trovai. O lieto dì! o ricevuta festevole! non altrimenti che s’io tornassi da’ borghi o del contado vicino a Napoli, con viso ridente, con amichevole abbracciare e graziose parole dal tuo Mecenate ricevuto sono. Anzi, appena portami la mano ritta, in casa sua entrai: augurio certamente infelice! Di quindi il dì seguente venimmo a Napoli, dove (acciocchè io non racconti tutte le cose che avvennono) subitamente la parte della chiara felicità, secondo la promessa, mi fu assegnata, te ciò facendo; conciossiacosachè tu fossi preposto al governo dello splendido albergo: onorevole e egregia parte e con lungo immaginare pensata!

Sono al tuo Mecenate cittadi nobilissime e castella molte, ville e palagi e grandissimi poderi, più luoghi riposti e nascosi e dilettevoli, acciocch’io non dica l’altre grandi cose di grandissimo splendore chiare; il che avere aperto a te è senza dubbio di soperchio. In tra queste cose così risplendienti era ed è una breve particella, attorniata e rinchiusa