Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/211

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epistola 41

d’una vecchia nebbia, e di tele di ragnolo e di secca polvere disorrevole, fetida e di cattivo odore, e da esser tenuta a vile da ogni uomo quantunque disonesto; la quale io spessissime volte teco, quasi d’uno grande navilio la più bassa parte d’ogni bruttura recettacolo, sentina chiamai. In questa io, siccome nella conceduta parte della felicità grandissima, quasi nocivo, non come amico, dalla lunga sono mandato a’ confini: la possessione della quale, acciocchè come destinato abitatore pigliassi, innanzi all’altre cose mi ricorda. Non creder ch’io sia dimentico.

Per tuo comandamento fatto, già tenendo noi mezzo novembre, e ogni cosa aggranchiata per l’aire fresca e contratta, e stante la pestilenza; e intorno ogni cosa tenendo sopra il solaio di sasso, uno letticciuolo pieno di capecchio, piegato e cucito in forma di piccole spere, e in quell’ora tratto di sotto ad un mulattiere, e d’un poco di puzzolente copertoio mezzo coperto, senza piumaccio, in una cameruzza aperta da più buche, quasi a mezza notte, a me, vecchio e affaticato, è assegnato, acciocchè insieme col mio fratello1 mi riposassi. Grande cosa certo ad uno avvezzo a dormire nella paglia! O notte da ricordarsene, di stigia nebbia offuscata, trista ad ambedue noi e angosciosa, ma al più vecchio tristissima! con rammaricose vigilie, non mai venendo il dì, s’è consumata; e non sola, ma molte, e non senza dolore incomportabile, più misere di questa seguitarono. Volesse Dio che piuttosto aliga o ulva di padule, se


  1. Iacopo.