Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/212

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
42 a messer francesco

la felce o le ginestre mancavano, vi fosse suta posta! Oh come bene, e come convenientemente sono ricevuto! Forsechè non più splendidamente ad Alba per addietro fu Perseo da’ Romani, o da Tiburzi Siface, per addietro chiarissimo re, allora prigioni, ricevuti sono. Tu, che se’ uomo oculato, non ti ricordavi che abito fosse quello della cameretta mia nella patria? che letto? e quanto male si confacessono colle cose da te apparecchiate? Forsechè, siccome della sventurata Ecuba, per addietro de’ Troiani reina chiarissima, leggiamo, me converso in cane stimarono i fanti tuoi? Per la Dio grazia io sono ancora uomo; e se io avessi desiderato sterquilinii e i brutti e disorrevoli luoghi, abbondevolmente gli arei nella patria trovati: non m’era necessità di questi, e spezialmente per abitare una Sentina con tanta mia fatica esser venuto a Napoli. Ma che? In questa medesima sentina al disorrevole letticciuolo s’aggiugne l’ordine domestico de’ desinari, lo splendido apparecchio, e degl’invitati a desinare la dilettevole compagnia: la qual cosa, non ch’io creda che tu nol sappi, ma acciocchè tu un poco ti vergogni, ti scrivo.

A quelli che in quella casa reale entravano, tessuta di travi orate, coperta di bianco elefante, (trista battaglia colle cose contrapposte al vedere, al gusto e all’udito!) si vedeva in un canto una lucernuzza di terra con un solo lume mezzo morto, e a quello, con poco olio, della vita trista è continua battaglia! Dall’altra parte era una piccola tavoletta di grosso e spurido canovaccio da’ cani ovvero dalla vecchiaia tutto roso, non da ogni parte pendente, e non piena-