Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/217

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epistola 47

femminato. Io non t’arei chiesto vini di Tiro, ovvero di Pontico, ovvero quelli che sono più presso, vini del monte Miseno e delle vigne dello Abruzzo o delle vigne di Lombardia succiare. Io non t’arei chiesto uccelli di Colco, d’Ortigia, non fagiani o starne, non vitelle o capretti di Surriento, non il porco salvatico di Calidonia vinto da Meleagro, non i rombi del mare adriatico, non l’orate o l’ostriche condotte dalla chiusura di Sergio Orata, non le mele di Esperia, non le vivande degl’imperadori, non le piume di Sardanapalo, non i guanciali della reina Giunone, non letto ornato di porpora, non la casa d’oro di Nerone Cesare; non lusinghieri, non citaristi, non fanti colle chiome ricciute, non i baroni del regno. Queste delizie e del tuo grande Mecenate, e di coloro che lussuriosamente hanno sollecitudine della gola, si siano. Ma arei io voluto quello che spessissimamente domandai, cioè una casellina rimossa da’ romori de’ ruffiani garritori, una tavola coperta di netti e onesti mantili, cibi popolareschi, ma nettamente parati; e con queste cose così temperate, volgari vini e chiari, e in netto vaso, e dalla diligenza del celleraio conservati; uno letticciuolo, secondo la qualità della mia condizione, posto in una camera netta; queste cose non sono troppo di spesa, nè sconvenevoli.

Se tu non lo sai, amico, io sono vivuto dalla mia puerizia infino in intera età nutricato a Napoli, e intra i nobili giovani meco in età convenienti, i quali, quantunque nobili, d’entrare in casa mia nè di me visitare si vergognavano. Vedevano me con con-