Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/220

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50 a messer francesco

che almeno una delle lagrime di Cesare concedute al morto Pompeo avesse date, poichè esso vedea quello che e’ desiderava: forsechè arei creduto, per pietà dell’indegna trattagione essere suta conceduta, e più lungamente m’arebbe potuto schernire. Stava nel cospetto di coloro, che venivano tratti dalla fama de’ libri, il diffamato e servile letticciuolo, non senza molto rossore della faccia mia: ma della mia vergogna Dio ebbe misericordia. Entrò per ventura in quel luogo uno giovane napolitano di sangue assai chiaro, il quale, ricordandosi dell’amicizia vecchia, venne per visitarmi. Questi, poi visitato m’abbe, come vide quel letto da cane, crudeli bestemmie sopra del tuo capo e del tuo Grande cominciò a pregare. Con parole accese d’ira dannava, malediceva e bestemmiava la miseria e la inconsiderata smemoraggine d’ambedue voi; l’impeto di cui, poichè con piacevoli parole io ebbi pacificato, immantenente, salito a cavallo, volò a Pozzuolo, dove allora a caso era l’abitazione sua, ed uno splendido letto con guanciali mi mandò, acciocchè, ragguardato il letto, dalle cose di fuori io non paressi di più vile condizione che l’amico mi giudicasse. E non cadde del petto mio con che torti occhi tu ragguardassi quello! ma di questo altrove mi sfogherò.

Venne dipoi il dì che questo tuo così memorabile uomo ed amico delle muse richiamò a Napoli le femmine sue, le quali a Tripergoli molti dì festevoli erano sute; e perchè di tuo officio era, non guattero, non fanticello alcuno vi rimase, che tu, apparecchiate le bestie, perchè il mare era tempestoso, non facessi