Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/221

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epistola 51

molte sue cose portare. A che dico io molte cose? tutte le masserizie furono portate via, infino ad uno sedile di legno ed uno orciuolo di terra. Io solo, colla soma de’ libri miei, fui nel lito lasciato insieme col fante mio, senza le cose necessarie al vivere e senza niuno consiglio. Tu sai meglio di me che quivi non era taverna, non amici alle case de’ quali io potessi diporre le cose mie, e pigliare il cammino a piè. Ninna cosa era quivi da vendere, nè utile al vivere, se tu non ve ne porti. Per la qual cosa io fui costretto a fare un lungo digiuno, e, quello che m’era gravissimo, io era quasi un giuoco da ridere ad ognuno, vedendomi andare intorno al lito. Finalmente, poichè due dì gli occhi rivolti pel mare, ed alcuna volta pel cammino di terra, aspettando ebbi affaticati, vennono mandati da te che le mie cosette portarono a Napoli, e nella Sentina del tuo Grande, se io vi fossi voluto tornare. Nè m’uscirà mai di mente, mentrechè io viverò, perchè tra noi mi sia doluto, me, quasi uno vile schiavo esser suto da te lasciato nel seno di Baia, primieramente essere suto chiamato di vetro.

Ma tornando a Napoli, poichè il mio Mainardo al servigio della reina obbligato trovai essere andato a Sant’Ermo, dalla Sentina spaventato, a casa d’uno amico mercatante e povero mi tornai spontaneamente, ciò il tuo Mecenate pazientemente sofferendo; col quale, facendo esso vista di non vedere, cinquanta dì, o più, fui non senza vergogna, cioè insino al mio partire. Ma qui è da fermarsi un pochetto, acciocchè io apra un poco quello ch’io ho scritto, ch’è