Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/222

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52 a messer francesco

insino a qui paruto che con mansueto animo abbi passato.

Deh, dimmi: étti paruto la persona mia così vile? Conoscimi tu per sì da poco, per così indegno almeno d’un poco d’onore, che tu debbi avere stimato ch’io sia da esser trattato con sì orribili villanie, con così servili? Donde m’avevi tu ricolto? del loto o della feccia? donde m’avevi tu cavato? dalla prigione de’ servi? donde m’avevi tu tratto? de’ ceppi o dalla puzza della prigionia? donde m’avevi tu sciolto? dalla mangiatoia della maliziosa Circe? che così vilemente, così bruttamente, così al tutto merdosamente, me, ovvero per tua natura ovvero sospinto dal tuo Mecenate, dovessi avere così trattato? Non veramente, ma dalla casa mia, dalla patria mia, da quel luogo nel quale, benchè non reali, almeno alla qualità mia convenevoli vivande abbondevolmente erano date. Donde adunque viene questa negligenza così del tuo Mecenate come tua? questa schifiltà, questo scherno? Aveva io scherniti voi? avevavi io fatti da poco? avevavi io disonestati in lettere o in parole? Non veramente. Io mi penso che il tuo Mecenate si pensasse ch’io fossi uno de’ suoi Greciuoli, che io non avessi altro refugio se non la Sentina sua. Egli è ingannato. Io n’ho molti e onorevoli, dove il suo è vituperevole; e benchè egli sia grande e ricco, non dubito che io non sia molto più onorevole di lui da coloro che ambedue ci conoscono riputato, benchè io sia povero. In uno altro che in me questa sua abbominevole magnificenzia dimostrare doveva, e tu la preeminenza del tuo