Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/223

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epistola 53

officio. Ma tempo non sarà tolto a queste cose, se io vivo. Nondimeno, conciossiacosachè le promesse più e più volle fattemi non mi fossono attenute, per non mangiare il pane il quale si doveva dare a mangiare a’ figliuoli del mio oste cortese, e per non essere più straziato dal tuo Mecenate, conciossiacosachè più volte te l’avessi detto dinanzi, con quella temperanza ch’io potei, al tuo Grande domandata licenza, postochè dall’amico mio mi partissi, e partendomi, a Vinegia me ne venni, dove dal mio Silvano lietamente ricevuto fui. Ma tu, al quale il campo della battaglia rimase voto, ti puoi della mia semplicità ridere e del disarmato nimico trionfare; nondimeno, grazie a Dio, tu non mi puoi più oltre fare ingiuria. Io sono in luogo sicuro.

Ma poi al pianto, costrignendomi tu, io ho pianta la mia miseria, a divellere i denti, i quali colla epistola tua nello innocente con tutte le forze se’ ingegnato di ficcare, è da venire. Tu mi di’ uomo di vetro, il che a tutti i mortali, e a te e al Mecenate tuo dovevi dire, perocchè tutti siamo di vetro, e sottoposti ad innumerabili pericoli; per piccola sospinta siamo rotti e torniamo in nulla. Ma tu non avevi questo animo, mentrechè queste cose contra me dicevi; ma con sozza macchia la costanza mia ti sforzi di guastare. Questo non so perchè, conciossiacosachè da te niuna così fatta cosa abbia meritato. Un uomo di vetro, con uno piccolo toccare, purchè contro a suo beneplacito si faccia, si turba e tutto si versa, e infino allo impazzare s’accende, eziandio se giustamente sia ripreso. Ma egli è da vedere s’io dico il