Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/246

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76 a messer francesco

alli re e a grandissimi uomini; il che negare non si debbe, ch’e’ lo fece alcuna volta, ma non per cagione di bene, anzi di guadagno. Certamente egli se ne sarebbe astenuto, se altrettanto, o più, da questi non s’avesse pensato guadagnare: fecelo per pompa di ventosa gloria, la quale spontaneamente con gran prezzo compera. Di quinci seguita chi dirà: egli dà molti doni, molte limosine a’ poveri, vestimenti a’ buffoni; manda in fino in Francia pe’ tessitori che facessono le veste delle mura distinte d’imagini; fece uno monistero; e simili cose. O stomacoso riso! Se egli avesse fatte queste cose per far bene! ma perocchè altrove tendea la intenzione non conosciuta da ognuno, vischio e reti ed uccellagioni sono da pigliare il vento del popolo in vanagloria, nè si debbono a magnificenza attribuire. Dopo queste cose dicono: ch’egli va nobilmente vestito di porpora, non sapendo che cose di magnifico non sono essere in sè spendereccio. Di ricevere i nobili, i quali a caso colà vengono dove sta questo Grande, non dicono nulla; ma e’ sanno che egli, acciocchè quelli fugga, con colorata fizione in uno piccolo canto della casa reale aversi fatta una casetta, lasciata la Sentina a’ servi.

Dove sono adunque queste cose magnifiche? Vengono da vera, e non da finta virtù? Io voglio che coloro che il magnificano ragguardino qual sia la certa e chiara magnificenza. Ecco che innanzi si fa il grande Alessandro di Macedonia, il quale ha ardire con poca compagnia d’assalire il mondo, e dipoi i sottoposti reami per ragione di guerra immantinente con