Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/264

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94 epistola a francesco de’ bardi

uomini, anzi consigliato, che, interponendo a quelle talvolta alcuno onesto diletto, siccome stanche e vinte le riconfortiamo. E per questo non estimò Socrate, solennissimo e singolare investigatore ne’ giorni suoi delle divine cose e delle umane, essere sconvenevole a lui, la mente cessare dalle considerazioni de’ profondissimi secreti della natura, e con gli suoi piccoli figliuoli cavalcare sopra il cavallo della canna, come essi facevano, per la casa; perocchè quantunque fosse lo esercizio puerile, più singularmente porgeva allo affaticamento lieto riposo. E similmente Cornelio Scipione e Lelio, due singulari lumi del romano splendore, e a’ quali era, all’uno in tutto, ed all’altro in parte, la gloria d’avere con senno e con forza abbattuta la superbia de’ Cartaginesi riserbata, non si vergognarono d’essere su per lo lito di Gaeta veduti ricogliere le piccole pietre e le conche, in terra sospinte dall’onde del mare, e fanciullescamente insieme diportarsi con quelle: essendo essi magnanimi poco avanti levati dalle molte e ponderose occupazioni, intorno all’ordine delle cose opportune al felice stato della repubblica. E così ancora tu, molto giovinetto essendo, siccome sentito abbiamo da molte varie e noiose faccende or quinci e or quindi percosso, ti doverrai ritrarre, se savio sarai, ad alcuno laudevole trastullo, il quale abbia forza di recreare alquanto gli spiriti affaticati. E perocchè forse di questi così lieti riposi, cioè che te allegrino, e non offendano, non se’ costà fornito come ti bisognerebbe, uno picciolo, e nondimeno leggieri, ma pure per una volta atto a potere dare luogo agli