Pagina:Boselli - Discorsi di guerra, 1917.djvu/195

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riche insidie. I nostri soldati e i nostri marinai adempiono superbamente il mandato che l’Italia ad essi affida; al modo stesso che il suo dovere adempie tutto il nostro Paese, con la sua resistenza, con i suoi sacrifìci, con la sua costanza.

L’Italia entrò in guerra per due grandi idealità: per la idealità della propria nazionalità non ancora compiuta, per l’idealità della umanità e della civiltà.

Io non saprei e nessun di voi saprebbe concepire in Roma un’Italia, la quale non avesse pensato a raggiungere tutti i termini suoi: la quale fosse rimasta estranea a questa lotta immensa della civiltà e della umanità. Un’Italia, che fosse stata così vilmente neutrale, sarebbe stata un’Italia indegna di essere giunta a Roma, un’Italia, che avrebbe contraddetto tutto il suo passato, che avrebbe abdicato a tutto il suo avvenire.

Ma contraddire il suo passato, ma abdicare al suo avvenire non poteva l’Italia: qui Monarchia e popolo sono di un solo sentimento, e di un volere solo. Quella Monarchia nazionale, senza cui non si sarebbe compiuta la unità d’Italia; quella Monarchia Nazionale che, fautrice continua di ogni progresso politico e sociale, si è sempre più identificata con il popolo suo; quella Monarchia nazionale, che oggi, con la persona del suo Re, è in mezzo ai soldati e nella persona del suo Re vede fondersi, in una perfetta unità patria i combattenti di tutte le parti d’Italia; quella Monarchia nazionale, che sola può essere anima a guarentigia delle nostre fortune avvenire. E il generoso popolo italiano non poteva non partecipare a questa guerra di liberazione, a questa guerra di civiltà, perchè il popolo italiano non solo sa, ma sente la propria storia.