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ove non fosse per rallegrarli e distrarli, così di tempo in tempo, dalla gravità delle loro occupazioni.

E che questa parte, più o meno brillante, nel senso appunto che suol darsi a tale epiteto nella commedia italiana, sia quella che rappresenta l’avvocato Boggio nel Parlamento nazionale, è cosa generalmente riconosciuta.

Ciò non impedisce di ammettere che il Boggio ha una grande facilità di parola; ma se questa gli giova per pronunciare con una scioltezza senza pari le più spinte scurrilità, non gli dà, nè gli può dare mezzo di pervenire a percorrere i campi sublimi della vera ed inspirala eloquenza.

Il Boggio ha messo fuori una quantità di scritti e di opuscoli, lutti di corta lena, e dettati in una lingua e uno stile men che mediocri. Non vi è caso di rinvenirvi un concetto o un’idea che non sieno arci-noti, non vi è speranza di trovarvi una frase ben tornita, o un vocabolo che non sia semi-barbaro. Malgrado ciò egli si è spinto in modo da far parlar di sè per fas o por ne fas; contento dal canto suo che la gente, sia pur volgare, si occupi di lui fosse pure per ridere alle sue spalle.

Tuttavia, finchè visse quel grand’uomo che sembrava averlo preso a proteggere, il Boggio, standosi all’ombra benefica sua, potè, per un lontano riflesso, ritrarne il vantaggio di acquistare, senza che troppo glie ne costasse, una certa tal quale reputazione di giovane che promettesse. Ma il conte di Cavour sparito dalla faccia della terra, il Boggio, rimasto a scoverto, dovè mostrarsi qual era in realtà, e non tardò a venire apprezzato secondo i suoi meriti.

Da quel momento la di lui condotta politica non saprebbe paragonarsi ad altro, fuorchè ad uno di quei curiosi zig-zag, che i bambini, i quali non sanno ancora scrivere, sogliono tracciare sovra un pezzo di carta, qualora lor capiti una penna tinta d’inchiostro tra le mani. Egli è ben inteso che il nostro lettore ci perdonerà se noi non teniamo dietro a quel curioso andirivieni di mene e di giri, tanto più che la cosa non ne vale proprio la pena. Ciò solo diremo che il