Pagina:Camerini - Donne illustri, 1870.djvu/128

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120 Donne illustri.


si trovò presso al suo cugino il conte di Bussy, e gli disse: «Bisogna confessare che noi abbiamo un gran re. — Sì certo, cugina, rispose Bussy, egli ha testé fatto proprio un’azione eroica (ce qu’il vient de faire est vraiment héroïque).

Ella rifiutò Turenna, l’eroe, il principe di Conti, Fouquet, il sovrintendente, ricchissimo, e che pertanto non trovò donna che non gli fosse pia (il ne trouva point de cruelles), il cav. di Meré e, come dicemmo, Menagio, che gli era stato maestro, e le aveva insegnato il latino, l’italiano e lo spagnuolo, ma che perdeva il suo latino e il resto quando entrava in galanterie con lei, che con ispirito e garbo lo sfatava. Sapea però ridurre gli amanti a restarle amici, cosa difficilissima per la vanità degli uomini; e lo stesso Bussy, sebben cugino e carissimo a lei, non riuscì a nulla; se non che, punto per non essere stato subito soddisfatto di un prestito che chiedeva, la satireggiò nella Storia amorosa delle Gallie; ma delle sue bugie si pentì poi, e n’ebbe facilmente perdono.

Il Fouquet si contentò di amarla onestamente, come ella voleva; le fu tuttavia molto a cuore; e grande onore all’amicizia ed alla fede di lei fanno le lettere ch’ella scrisse al Pomponne durante il processo che Luigi XIV gli intentò per malversazione, e nelle quali faceva risaltare il sangue freddo dell’accusato, sebbene corresse pericolo di morte, che si mutò poi in carcere perpetuo, e la stomachevole parzialità e il salariato accanimento dei giudici. Era un cuore affettuoso, e naturalmente l’affetto traboccò verso la figlia, tantoché parve eccessivo. Ma quest’ardere rese immortali i suoi scritti.