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appendice 173

IV

ANNOTAZIONI ALLE DIECI CANZONI


[Nel Nuovo Ricoglitore (anno I, quaderni 9 e 11, settembre-novembre 1825, alle pagine 629-677 e 804-820) il Leopardi ripubblicò dal volumetto bolognese (da p. 127 a 194) queste Annotazioni facendole precedere dal seguente annuncio bibliografico, nel quale era riferita, come si vede, anche la canzone X: Alla sua donna (diventata poi XVIII, vedi in questo volume p. 66). Riproduciamo il testo del periodico milanese, pur dando conto delle poche e non importanti mutazioni].


I. — Annuncio bibliografico


Canzoni del conte Giacomo Leopardi (Bologna, Nobili, 1824, un vol. in-8 piccolo).


Sono dieci canzoni, e piú di dieci stravaganze. Primo: di dieci canzoni né pur una amorosa. Secondo: non tutte e non in tutto sono di stile petrarchesco. Terzo: non sono di stile né arcadico né frugoniano; non hanno né quello del Chiabrera, né quello del Testi o del Filicaia o del Guidi o del Manfredi, né quello delle poesie liriche del Parini o del Monti; insomma non si rassomigliano a nessuna poesia lirica italiana. Quarto: nessun potrebbe indovinare i soggetti delle canzoni dai titoli; anzi per lo piú il poeta fino dal primo verso entra in materie differentissime da quello che il lettore si sarebbe aspettato. Per esempio, una canzone per nozze, non parla né di talamo né di zona né di Venere né d’Imene. Una ad Angelo Mai parla di tutt’altro che di codici. Una a un vincitore nel giuoco del pallone non è una imitazione di Pindaro. Un’altra alla primavera non descrive né prati né arboscelli né fiori né erbe né foglie. Quinto: gli assunti delle canzoni per se medesimi non sono meno stravaganti. Una, ch’è intitolata Ultimo Canto di Saffo, intende di rappresentare la infelicità di un animo delicato, tenero, sensitivo, nobile e caldo, posto in un corpo brutto e giovane: soggetto cosí difficile, ch’io non mi