Pagina:Capuana - Giacinta.djvu/130

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uno dietro all’altro, da vicino, da lontano, con ondulazioni malinconiche e paurose. Ma ella resisteva anche ai frizzi acuti della brezza notturna; voleva, a tutti i costi, vederlo arrivare.

— Ah! Finalmente, la sua povera vita aveva un sorriso!

Si paragonava a quei fiori che aspettano la notte per riaprire il calice ed inondar l’aria di profumi. Il suo cuore, compresso violentemente per tant’anni, voleva sfogarsi! La sua giovinezza ripullulava. Odii del passato, repugnanze del presente, sconforti dell’avvenire, tutto, tutto disperdevasi e spariva, come per incanto, all’arrivo di Andrea.

— Come sono felice! — gli diceva, gettandogli le braccia al collo.

— Ed io?

Una notte, Andrea l’aveva trovata dietro il portone, col cappuccio di raso ovattato in testa, tutta avvolta in uno scialle pesante.

— Oh Dio!... Mi hai fatto paura.

— Andiamo.

— Dove?

— Attorno. L’aria non è fredda. C’è un bel lume di luna. Forse non avremo mai più tanta libertà in avvenire.

— È un’imprudenza!

Ma ella era già fuori, stizzita di vederlo esitante.

La luna listava di bianco metà della via. Da quel lato, i cristalli di alcune finestre luccicavano, e le fiammelle dei rari fanali tremolavano giallastre nel chiarore.

Presi a braccetto, essi andavano rasente il muro dalla parte dell’ombra, muti; Giacinta gongolante per quella scappatina di innamorati, Andrea guardandosi sospettosamente davanti e dietro.