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2.° Rinunciare ad ogni ostilità, e lasciare alle tre compagnie di Bergamo la facoltà di fare l’unico braccio di Treviglio, oppure di farne due, o tre, o quanti vogliono e possono:

3.° Riformare a qualunque patto l’insensata curva della Volta:

4.° Avvicinare al Dolo la linea padovana, affinchè quel primo esperimento nelle province vénete riesca il meno sfavorevole che si possa, e rifonda coraggio agli azionisti:

5.° Far punto per ora a Mestre, ma mitigando l’angolo, e tenendosi qualche centinajo di metri più verso mezzodi:

6.° Sospendere e vietare ad ogni modo ogni prematuro tentativo d’opere nella laguna; sia che i rischi subacquei siano compresi nel prezzo d’appalto, sia che direttamente o indirettamente rimangano a carico della società.

Risparmiati in tal modo o differiti ventitremila metri d’opere dannose o infruttifere, e lasciata a chi vi ha interesse l’inviluppata controversia delle tre compagnie, il .progetto Milani da 290 chilometri, sarebbe ridutto ad una decisiva e necessaria linea di 248. In ragione di 250 mila lire al chilometro potrebbe con qualche probabilità valutarsi, a doppia rotaja, 62 milioni; oppure 50 milioni ad una sola rotaja.

Ciò fatto, e non è poco, la corsa del vapore per terra e per aqua da Milano a Venezia, sarebbe una lite vinta entro i limiti del capital sociale. Rimarrebbe di perfezionare e sviluppare; e allora, solo allora, e in ragione della prosperità dell’impresa, e per mezzo di préstiti ipotecati, si potrebbe con senso di commune prudenza dar mano alla doppia rotaja, alle grandi stazioni, al ponte sulla laguna, all’ingresso nelle città; e a tutti gli altri trofei della vittoria. Adesso si pensi a vincere, e sopratutto a non soccumbere. Quindi non si faccia un’altra volta, a casse piene e mani oziose, una chiamata esorbitante di cinque milioni in un colpo, per ritirarla tosto indecorosamente. Siffatte imprudenze in momenti inopportuni possono produrre nientemeno che l’abbandono delle azioni. Nello stabilire i versamenti si abbia riguardo allo stato della Borsa, e non si pongano in inutili e tiranniche angustie gli azionisti, i quali infine sono i padroni dell’impresa.

Dove gli statuti sono oscuri o difettosi se ne faccia re¬