Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/112

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106 questioni.

prorompe in quei pochi ed amarissimi versi a Celio (il cui amore con la Clodia era finito con un grandissimo scandalo), i quali, secondo noi, son da mettere a capo dell’ultimo periodo, come il primo grido della coscienza del poeta, che riprende alla fine la padronanza di sè stesso, e può immergere con orrore lo sguardo in quell’abisso di vergogne e di sozzure. Non mi sembra però ragionevole il supporre questi versi posteriori al ritorno dalla Bitinia, quando la precipua cagione del viaggio non può non attribuirsi alla turpissima impudicizia di Lesbia, che determinò il poeta a farla, a tutti i costi, finita.

Nè maggior prova di acume a me par che faccia il Vorlaender, quando vuol sostenere che questo carme sia da posporre all’XI; dappoichè dagli ultimi versi di questo rilevasi evidentemente, che il poeta, benchè non ancor del tutto guarito, avea racquistata pure tanta forza da parlare con certo sdegno compassionevole di Lesbia e dei suoi trecento drudi non solo, ma da ridersi delle pratiche di Furio e d’Aurelio, che, a dar retta allo Schwab, tentarono riconciliarlo con lei; mentre la straziante ripetizione dei versi a Celio:

Lesbia nostra, Lesbia illa,
Illa Lesbia,

denota chiaramente, che al grido sdegnoso della coscenza si mesce ancora il gemito secreto del cuore; che la ragione di Catullo può contemplare con feroce soddisfazione la sozza lascivia di quella donna, che