Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/211

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riconciliazione. 205

     Germe d’Anfitrïon, quando a l’impero
145     Del feroce tiranno ubbidïente,
     A prosciugar la putida palude,
     I reconditi visceri diruppe
     De la montagna, e di Stinfale i mostri
     Tutti colpì de l’infallibil dardo.
150     Gli s’apri quindi il ciel; fra’ Numi assunto
     Fu per tanta fatica, onde a più lunga
     Verginità non fosse Ebe devota.
     Ma di baratro tal ben più profondo
     Fu l’amor tuo, bella Laodàmia, a cui
155     L’indomita cervice, amor sol’esso
     Obbligò al giogo ed al dolor costrinse.
     Nè tanto caro a genitor cadente
     È d’un tardo nipote il piccioletto
     Capo che gli educò l’unica figlia,
160     E del diffuso patrimonio avito
     Tosto ei segna e destina unico erede.
     Disperdendo così l’empia speranza
     Del deluso gentil, che a la canuta
     Testa, ingordo avvoltoio, insidia intorno;
165     Nè mai colomba, abbenchè facil voli
     D’uno ad un altro amor, lieta fu tanto
     Del suo niveo compagno, a cui sul caro
     Rostro che la morsecchia avida figge,
     Più d’ogni uccel voluttuösa, i baci;
170     Quanto al tuo cor, fida Laodàmia, il biondo
     Sposo fu caro, a cui l’amor t’aggiunse.
     Tal la fanciulla mia, tal la mia luce,
     Che poco, nulla, è a te di ceder degna

Rapisardi 18