Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/35

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la vita di catullo.

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dunque nè molto cuore nè parecchio ingegno, e certo assai men del primo che del secondo.

Costoro, è facile indovinarlo, riusciranno agrimensori, speziali, avvocati e che so io; prenderanno la laurea secondo la legge; avranno docile la fortuna; torranno una o più mogli (stava per dir doti) secondo la volontà dei genitori e del buon Dio; moriranno a casa propria a settanta o novant'anni, dopo d’aver preso il santo viatico, e raccomandato all'ultima moglie di non passare a seconde nozze: O terque, quaterque beati!

Fra queste due schiere d’ingegni, noi troviamo una strenua, benchè rara, comitiva di generosi, che senza abbandonare le dolci speranze e i dorati inganni della prima età della vita, nè abborrire assolutamente dalla società, non vogliono prima acquetarsi di aver messo in opera tutte le forze dell’anima e dell’ingegno per trovare una possibile armonia fra i liberi entusiasmi dello spirito e le rigide misure della realtà.

Hanno di buon’ora conosciuto, che l’ideale dei nostri sedici anni, benchè una luminosa e forse la più bella fase dell’anima, non costituisce pure tutta la nostra esistenza; che la società non è poi così cattiva e perversa quale ce la siamo immaginata prima di conoscerla, o quale ce l’hanno descritta certi scrittori; che in mezzo agli errori, ai delitti, alla miseria, guizza il raggio dell’onore, della bellezza, della verità; che il voler chiudere l’arte nel mondo creato dalla nostra fantasia puerile, segregarla dagli uomini e dalla vita è spediente di retori e paura d’anime deboli; che l’ideale insomma non è tutta l’arte, come il reale non è tutta


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