Pagina:Catullo e Lesbia.djvu/54

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48 la vita di catullo.

che per il povero Catullo; la sua passione avea toccato il colmo: bisognava soccombere, o guarire. E Catullo guarì; non subitamente, nè mai forse del tutto; ma egli riacquistò in breve quel predominio di sè stesso, che aveva da tanto tempo perduto; potè misurare tutta la vergogna e l’abiezione, in cui quella sciagurata femmina era caduta; raccapricciare ed arrossire della sua passata cecità; consolarsi del bene che avea fatto a colei, che ora lo dispregia vilmente e l’oblia, e pregare gli Dei che gli diano tanto di forza da liberarsi da quel codardo torpore, che gl’invade le fibre, e lo prostra nella miseria e nell’abbandono.1 Se gli Dei l’abbiano davvero ascoltato, noi in coscienza non possiamo asserire; certo è, che il pensiero che venne a Catullo di partire per la Bitinia insieme alla corte di Memmio, che andava in quell’anno a visitare le Province da lui amministrate, fu un pensiero molto felice e venuto proprio dal cielo. Egli l’accolse con gioia, tanto più che aveva il suo caro Cinna a compagno; e dopo aver diretto un amarissimo saluto a Furio ed Aurelio, che probabilmente gli si volevano attaccare ai panni, e bazzicavano in casa di Clodia, non senza ricordare e piangere l’ultima volta su quell’amore,

Che per colpa di lei già cadde ucciso,
Quale al margin del prato umile fiore
Da l’aratro reciso;2

nella primavera dell’anno 697 partì dalla fatale città. I disagi del viaggio, la salute mal’andata, il desiderio

  1. Carm. LXXVI.
  2. Carm. XI.