Catullo e Lesbia/Traduzione/Parte quarta. Discordia finale/26. A sè stesso - LXXVI Ad seipsum

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Gaio Valerio Catullo, Mario Rapisardi - Catullo e Lesbia (Antichità)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1875)
Traduzione - 26. A sè stesso - LXXVI Ad seipsum
Traduzione - 25. A Celio - LVIII Ad Caelium Traduzione - 27. A Furio ed Aurelio - XI Ad Furium et Aurelium
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[LXXVI]

AD SEIPSUM.


Si qua recordanti benefacta priora voluptas
     2Est homini, cum se cogitat esse pium,

Nec sanctam violasse fidem, nec foedere in ullo
     4Divos ad fallendos numine abusum homines,

Multa parata manent in longa ætate, Catulle,
     6Ex hoc ingrato gaudia amore tibi.

Nam quæcumque homines bene cuiquam aut dicere possunt
     8Aut facete, hæc a te dictaque factaque sunt:

Omnia quæ ingrata perierunt eredita menti.
     10Quare, te iam cur amplius excrucies?

Quin te animo offirmas, teque istinc usque reducis,
     12Et, diis invitis, desinis esse miser?

Difficile est longum subito deponere amorem;
     14Difficile est; verum hoc qualubet efficias;

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Una salus hic est: hoc est tibi pervincendum;
     16Hoc facies, sive id non potes sive potes.

Dii, si vestrum est misereri, aut si quibus unquam
     18Extremam iam ipsa in morte tulistis opem,

Me miserum adspicite, et si vitam puriter egi,
     20Eripite hanc pestem, perniciemque mihi;

Quæ mihi subrepens imos, ut torpor, in artus,
     22Expulit ex omni pectore lætitias.

Non iam illud quæro, contra ut me diligat illa,
     24Aut, quod non potis est, esse pudica velit:

Ipse valere opto, et tetrum hunc deponere morbum.
     26Dii, reddite mî hoc pro pietate mea!




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26.

A SÈ STESSO.


Se alcuna voluttà cara e gentile
     È il ricordar l’opre benigne e pie
     3Ad uom che mai tenne la fede a vile,
Che mai per voglie nequitose e rie
     Non ruppe il giuro ed abusò i Celesti,
     6Nè tentò de l’inganno unqua le vie;
Quante, o misero cor, quante da questi
     Danni che or soffri da un ingrato affetto,
     9Gioie avverrà che l’avvenir t’appresti!
Che quanto mai di ben fu oprato o detto,
     Tanto, o misero cor, fatto hai per lei,
     12Che di perfido oblìo cinge il suo petto.
Or che più t’assaetti? Ai negri e rei
     Giorni t’invola; esser d’acciar conviene,
     15Che il tuo dolor non è grato agli Dei.
Ahi! che un antico amor mai non avviene
     Sveller dal petto e in un sol punto: è cosa
     18Difficil troppo, e molte al cor dà pene.

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Ma qual che sia, tu non avrai mai posa
     Se non lotti e non vinci: a te quest’una
     21Salute avanza e tu t’adopra ed osa.
Numi del ciel, s’è in voi pietade alcuna,
     Se alcun soccorso il poter vostro invia,
     24A cui la morte il giorno ultimo imbruna,
Or contemplate la miseria mia;
     E se mai puri i dì condussi, or questa
     27Dilungate da me tabe sì ria,
Che tutte le mie fibre intime infesta,
     E il petto invade di sì vil torpore.
     30Che gioia alcuna al viver mio non resta.
Non chiedo io già che al suo diserto amore
     Suo malgrado ella torni, o che pudico,
     33Ciò che avvenir non può, torni il suo core;
Io chiedo sol che questo aspro nemico,
     Che in cor mi siede, ed ha sì reo costume,
     36Fugga da me: questo vogl’io, se amico
A la pietade mia guarda alcun Nume!