Pagina:Celoria - Atlante Astronomico, 1890.djvu/46

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24 III. — SISTEMA PLANETARIO O SISTEMA DEL SOLE.
ralleli; nascondono per qualche tempo i dettagli della superficie sottoposta quasi fossero un velo; si sciolgono, e i dettagli superficiali riappaiono. Evidentemente sono nebbie e nubi dell’atmosfera di Marte, e poichè vapori d’acqua in questa esistono, probabilmente sono nebbie e nubi analoghe alle terrestri.

Sul disco di Marte esistono due macchie bianche e splendenti come neve, che occupano le regioni circostanti ai due poli di rotazione del pianeta. La similitudine di posizione e di colore colle nevi dei poli terrestri è perfetta, e la supposizione che esse siano veramente masse di materia congelata e cristallizzata sarebbe per ciò solo molto probabile. Ma le variazioni che esse macchie subiscono, dipendentemente dalla più o meno intensa irradiazione del Sole sulle regioni loro, cambiano la probabilità in certezza quasi assoluta.

Su Marte esistono nebbie, nubi, vapori (probabilissimamente d’acqua) sotto forma vescicolare, ghiacci polari. Ora come potrebbero queste cose esistere se un fluido non esistesse sulla superficie del pianeta? Evidentemente Marte è circondato da un’atmosfera, e la superficie sua, a quest’atmosfera sottoposta, risulta di materiali in parte solidi, in parte liquidi. Il suo materiale liquido probabilissimamente è acqua, e le apparenze della superficie sua sono prodotte da regioni continentali ed oceaniche, da vere isole, penisole, continenti, da veri mari, laghi, fiumi, canali; la somiglianza di Marte alla Terra è grandissima.

10. Marte ha due satelliti, Phobos (spavento), Deimos (fuga), scoperti solo nel 1877 dall’astronomo americano A. Hall. Sono difficilissimi a vedere per le circostanze del loro moto, e quando diventano visibili lo sono solo attraverso a forti cannocchiali; sono vicinissimi a Marte, e, quando furono scoperti, Phobos distava dal contorno di Marte poco più che una volta il raggio apparente di questo, Deimos sei volte circa. Si tratta di distanze apparenti minime, uguali a 12 ed a 72 secondi d’arco circa, e vedere a distanze tali, in mezzo al bagliore della luce viva di Marte, due corpi esilissimi, quasi due punte d’ago luminose, può riescire solo all’occhio la cui forza di penetrazione sia acuita da un cannocchiale potente.

Phobos e Deimos sfuggirono per secoli alle ricerche umane, nè può far maraviglia, tanto essi sono piccoli e vicini al loro pianeta. Più che lune sono lunole; il diametro di Phobos misura appena 9,5 chilometri, quello di Deimos 8,4; Phobos dista dal centro di Marte 9340 chilometri, Deimos 23300; Phobos compie una rivoluzione intorno a Marte in poco più di 7 ore (7h 39m 15s), Deimos in 30 circa (30h 17m 54s).

11. Se si indica col numero 4 la distanza media che separa Mercurio dal Sole, le distanze analoghe di Venere, della Terra, di Marte, di Giove, di Saturno sono espresse rispettivamente dai numeri 4 + 3; 4 + 6; 4 + 12; 4 + 48; 4 + 96 o, ciò che è lo stesso, dai numeri 7, 10, 16, 52, 100. Manca a questa progressione, ad essere continua, il numero 4 + 24 ossia 28, e per gran tempo alcuni pensarono che fra Marte e

Giove, alla distanza dal Sole espressa, nella progressione armonica di Titius e di Bode, dal numero 4 + 24 un corpo ignoto doveva esistere. Lo pensarono, malgrado si sapesse che la progressione numerica, avvertita da Titius e intitolata dal nome di Bode, non è matematicamente esatta, è empirica e non ha un vero fondamento scientifico. Lo pensarono sovratutto guidati da quel senso della simmetria e dell’armonia che all’uomo è ispirato dalla più gran parte delle opere della natura.

Nei primi giorni del secolo nostro l’astronomo Piazzi scoprì a Palermo un pianeta, al quale diede il nome di Cerere, la placida Dea dell’agricoltura, e il quale si aggira ad una distanza media dal Sole press’a poco uguale a quella indicata dalla lacuna voluta dalla progressione dei numeri di Titius. Fu una fortunata scoperta, feconda di molte altre. Cerere è un pianeta assai piccolo, e non è unico nella plaga dello spazio in cui si aggira. Altri pianeti si muovono in essa, tutti a distanze dal Sole poco diverse fra loro, tutti piccoli, e costituiscono la famiglia dei piccoli pianeti, che ogni anno cresce, e che oggi ne conta 293.

Questi piccoli pianeti finora noti sono nella zona fra Marte e Giove disseminati sopra un’estensione larga tre volte circa la distanza che in media separa la Terra dal Sole, e che si sa (par. 4) essere uguale a 148 e più milioni di chilometri. Le orbite da essi percorse formano col loro intreccio vario e complesso un insieme, il quale nel Sistema del Sole contrasta singolarmente colle orbite ordinate a distanze ritmiche dei pianeti maggiori; una proprietà caratteristica hanno però comune con queste, ed è che esse pure vengono tutte percorse dai rispettivi planetoidi con moto diretto, da ovest verso est.

Si credette per qualche tempo che i piccoli pianeti fossero altrettanti frammenti dispersi di un pianeta unico, ma questo concetto cessò da lungo tempo di essere conciliabile coi dati dell’osservazione, nè si potrebbe ammettere che le 293 orbite di piccoli pianeti oggi conosciuti sieno mai passate un giorno tutte per un medesimo punto. Questi planetoidi sono disseminati nella zona interplanetaria loro propria in modo disuniforme; essi si aggruppano in gran numero intorno al luogo in cui secondo la legge di Titius dovrebbe muoversi un unico pianeta, ma formano altri gruppi minori a distanze diverse dal Sole, lasciando fra gruppo e gruppo plaghe intermedie relativamente vuote, plaghe che, cosa notevolissima, corrispondono a distanze medie dal Sole, per le quali i periodi di rivoluzione stanno in un rapporto semplice con quello di Giove.

I planetoidi si possono dividere in due gruppi, formati l’uno da quelli che pei fenomeni del loro splendore l’assomigliano a Marte, l’altro da quelli che, quanto a dipendenza di splendore dalla fase, hanno una certa affinità colla Luna. I piccoli pianeti non hanno luce propria sensibile. Le masse di tutti i planetoidi, noti ed ignoti, esistenti possono, insieme