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74 Chi l’ha detto? [272-274]

Altri raccomandano di cansare onori, fama ecc. e di vivere felice in una onesta oscurità:

272.            Bene qui latuit, bene vixit.1

(Ovidio, Tristium, lib. III, el. 4, v. 25).

o, come disse Orazio (Epist., lib. I, ep. 17, 10):

Nec vixit male qui natus moriensque fefellit

L’uno e l’altro ispirandosi certamente alla greca sentenza: Λάθε βιώσας, che vuolsi di Epicuro. Ma in fondo all’ammonimento di codesti poeti pagani, c’era il senso egoistico che l’oscurità della vita salvasse dal morso dell’invidia. Invece l’abnegazione ascetica del medio evo doveva trovare la sua formula nell’

273.                     Ama nesciri.2

che deriva indubbiamente dal testo dell’Imitazione di Cristo (lib. I, cap. 2, v. 15): «Si vis utiliter alta scire et discere, ama nesciri et pro nihilo reputari». Anche sul sepolcro del Generale Grabinski nella Certosa di Bologna si legge: amabat nesciri.

Ma in fondo che avrebbero detto questi poeti se li avessimo presi in parola? Che pochi poi, troppo pochi, ne seguissero i consigli, mostravano di accorgersi essi pure; donde la famosa interrogazione:

274.   Qui fit, Mæcenas, ut nemo, quam sibi sortem
Seu ratio dederit, seu fors objecerit, illa
Contentus vivat, laudet diversa sequentes?3

che sono i primi versi della prima Satira di Orazio.

  1. 272.   Bene visse chi seppe vivere nella oscurità.
  2. 273.   Ama di non essere conosciuto.
  3. 274.   Come succede, o Mecenate, che nessuno viva contento di quella condizione ch’egli stesso si scelse o che il caso gli dette, e invidii invece coloro che le altre abbracciarono?