Pagina:Chi l'ha detto.djvu/581

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[1644-1649] Scienze e lettere, poesia, ecc. 549

1644.   Sdegno il verso che suona e che non crea.

(Le Grazie, Inno I, v. 25, pag. 133 dell’ediz. Chiarini, Livorno 1904).

Se tale è il destino di molti versi, non diverso è quello di tanta prosa. L’oratore dovrebbe prefiggere a scopo del suo parlare di

1645.   Persuadere, convincere e commuovere.

il quale sarebbe il titolo d'uno scherzo comico di Paolo Ferrari; e ciò succederebbe agevolmente a colui, che parlasse come parlava Alete, ambasciatore del re d’Egitto, a Goffredo, cui

1646.                       ....Di sua bocca uscieno
Più che mel dolci d'eloquenza i fiumi.

(Tasso, Gerusalemme liberata, c. II, ott. 61 ).
ma ciò succede di rado: invece, più frequentemente s’incontrano oratori prolissi e freddi, che mostrano d’ignorare il precetto di Quintiliano

1647.   Prima est eloquentiæ virtus perspicuitas.1

(De institut. orat., lib. II, 3, 8).
e fanno venire a memoria il satirico motteggio:

1648.   Parum eloquentiæ, sapientiae nihil.2

che è in Frontone (Epist., ed. Naber, pag. 155), parodia del sallustiano:
Satis loquentiæ, sapientæ parum.

(Catilinarium, 5, 4).


ovvero la frase attribuita a Montesquieu:

1649.   Ce qui manque aux orateurs en profondeur, ils vous le donnent en longueur.3

  1. 1647.   Il primo requisito dell’eloquenza è la perspicuità.
  2. 1648.   Poca eloquenza, nessuna sapienza.
  3. 1649.   Ciò che manca agli oratori in profondità, ve lo danno in lunghezza.