Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/16

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xii i n t r o d u z i o n e

grandissimi letterati 1. Già questa nostra lingua aveva attuato le sue potenze così nel verso, come nella prosa, e variamente manifestato la bellezza delle sue forme; e Dante traendola a discorrere l’universo, e determinando con essa l’officio religioso, e civile, che in Italia fosse destinata ad esercitare negli ordini del vivere umano, aveva posto le alte fondamenta e preparato il corso della nostra letteratura nazionale. Adunque la Divina Commedia nel secolo stesso, che la vide nascere, diventò materia comune di studio e di esposizioni, quasi punto cardinale, verso cui, portati dall’amore, si volgessero i moti di molte e nobili intelligenze. In Firenze l’eloquentissimo Certaldese, in Bologna Benvenuto da Imola, in Pisa Francesco da Buti, in Venezia Gabriello o Gaspero Veronese, in Piacenza Filippo da Reggio lessero pubblicamente ed interpretarono il volume del Sovrano Poeta; e sei uomini dotti furono chiamati ad illustrarlo con largo commento da Giovanni Visconti Arcivescovo di Milano. Un Andrea Partenopeo ci rende testimonianza pure col nome che anche Napoli diede opera a questa letteratura Dantesca, alla quale fino da principio convenevolmente avevano applicato l’ingegno Pietro e Jacopo figliuoli di Dante. In ogni parte della nostra Penisola gli occhi dei veggenti riguardavano a questo sole nuovamente apparso nel cielo.

Tutti i Commenti, che furono scritti nel secolo decimoquarto, meritano una particolare considerazione, perchè i loro Autori, prossimi di età all’Allighieri, erano agevolati da tutte le condizioni di quella vita a intenderne bene il linguaggio, e a penetrare nel suo pensiero. Ma alle ragioni

  1. Comento di M. Giovanni sopra la Commedia di Dante Alighieri. Firenze 1831, vol. 3, p. 226. V. anco a p. 208.