Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/406

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
362 i n f e r n o   xiii. [v. 91-108]

quel legame. Minos; che è lo giudice dell’infernali, come fu detto di sopra, la manda alla settima foce; cioè al settimo cerchio in questo secondo girone. Cade in la selva, cioè cade là ovunque s’avviene in questa selva, e non gli è parte scelta; più una ch’un altra; Ma là dove fortuna la balestra; dice che a caso ànno l’anime quelli luoghi notantemente per mostrare che la desperazione non à gradi: imperò che in pari grado è ognuno che si dispera: Quivi germuglia; cioè nasce e mette piante vestendosi d’essa, come gran di spelta. Questa è similitudine per opposito: imperò che nella natura alcuna volta il seme della spelda resurge in grano, che è meglio che spelda; ma quivi l’anima risurge e nasce in peggio: chè di corpo umano risurge in pianta; e potrebbesi ancor dire, come gran di spelda: cioè come granello di spelda o d’altra biada; ma dice spelta, perchè li viene alla rima, et allora la similitudine sarebbe per convenienzia e non per opposito. Surge in vermena; cioè in verga, et in pianta silvestra; ch’ancora è peggio che la dimestica: Le Arpie, pascendo poi delle sue foglie; di queste Arpie fu detto di sopra, Fanno dolore, et al dolor finestra; cioè via et aprimento, onde esca la voce e il sangue. E questo finge sotto allegoria: imperò che l’Arpie pascersi delle loro foglie non è, se non che continuamente ànno dolore della rapina che usarono inverso il loro corpo; e le foglie che l’Arpie toglieno, e togliendo fanno dolore, sono le membra umane che si ricordano avere perduto per lor pazzia: e conveniente pena à finto l’autore a sì fatto peccato; che chi à avuto in odio le membra umane senta pena delle foglie; et ancora per adattar questo, quando sono stati nel mondo, che così ànno avuto le loro membra care, come se fossono state foglie che dovessono rimettere, avendosi privato di quelle. Et infino a qui à risposto all’una domanda, ora risponde all’altra: Come l’altre, verrem; noi desperati al di’ del giudicio, per nostre spoglie; cioè per li nostri corpi, di che ci abbiamo spogliati noi stesso 1; Ma non però ch’alcuna sen rivesta; cioè del suo corpo; et assegna la ragione: Che non è giusto aver ciò, ch’om 2 si toglie; quasi dica: Non è ragione che l’uomo riabbia quel che s’à tolto elli stesso: quelle cose che l’uomo non si può dare, non si dee togliere; anzi le dee tenere quanto vuol colui che glie le dà, e se le rifiuta, ragione è che non le riabbia. Qui le strascineremo; cioè le nostre spoglie e li nostri corpi, e per la mesta; cioè trista e dolorosa, Selva seranno 3 i

  1. Stesso è pure qui usato invariabile, come altrove il pronome medesimo, ed amendue dietro l’esempio de’ Latini. E.
  2. Presso i padri nostri non è rado il vocabolo omo alla maniera latina. Cino da Pistoia cantò «Omo smarrito, che pensoso vai». E.
  3. Dal verbo essere dovea riuscire il futuro esserò, esserai, che invece per agevole aferesi venne serò, serai ec. viventi sempre in talune provincie d’Italia. E.