Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/62

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18 i n f e r n o

16Guardai in alto, e vidi le sue spalle
     Vestite già de’ raggi del pianeta,
     Che mena dritto altrui per ogni calle.
19Allor fu la paura un poco queta,
     Che nel lago del cor m’era durata
     La notte, ch’io passai con tanta pieta.
22E come quei, che con lena affannata
     Uscito fuor del pelago alla riva,
     Si volge all’acqua perigliosa, e guata;
25Così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
     Si volse indietro a rimirar lo passo,
     Che non lasciò giammai persona viva.
28Poich’èi posato un poco il corpo lasso,1
     Ripresi via per la piaggia diserta,
     Sì che il piè fermo sempre era il più basso.
31Et ecco, quasi al cominciar dell’erta,
     Una lonza leggiera e presta molto,
     Che di pel maculato era coverta.
34E non mi si partia dinanzi al volto,
     Anzi impediva tanto il mio cammino,
     Ch’io fu’ per ritornar più volte volto.
37Temp’era del principio del mattino,
     E il Sol montava su con quelle stelle,
     Ch’eran con lui, quando l’Amor Divino2
40Mosse da prima quelle cose belle;
     Sì ch’a bene sperar m’era cagione
     Di quella fiera la gaetta pelle,
43L’ora del tempo e la dolce stagione;
     Ma non sì, che paura non mi desse
     La vista che m’apparve d’un leone.

  1. v. 28. Poi ch’ebbi riposato il corpo.
  2. v. 39. ch’eran lassù.