Pagina:Commedia - Inferno (Buti).djvu/780

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736 i n f e r n o

76E non vidi giammai menare stregghia
      Da ragazzo aspettato dal signorso,1
      Nè da colui che mal volentier vegghia;
79Come ciascun menava spesso il morso
      Dell’unghie sopra sè per la gran rabbia
      Del pizzicor, che non à più soccorso:
82Così traeva giù l’unghia la scabbia,2
      Come il coltel da scardova le scaglie,
      O d’altro pesce che più larghe l’abbia.3
85O tu, che con le dita ti dismaglie,
      Cominciò il Duca mio all’un di loro,4
      E che fai d’esse tal volta tanaglie,
88Dimmi, s’alcun Latino è tra costoro,56
      Che son quinc’entro, se l’unghia ti basti
      Eternalmente a cotesto lavoro.
91Latin siam noi, che tu vedi sì guasti7
      Qui amendu’, rispuose l’un piangendo;
      Ma tu chi se’, che di noi domandasti?
94E il Duca disse: Io sono un, che discendo6
      Con questo vivo giù di balzo in balzo,
      E di mostrar l’Inferno a lui intendo.
97Allor si ruppe lo comun rincalzo,
      E tremando ciascuno a me si volse
      Con altri, che l’udiron di rimbalzo.

  1. v. 77. signorso. Gli antichi in luogo di mio, tuo, suo, adoperavano mo, to, so; ma più spesso come affìssi; la qual maniera vive tuttora in alcune provincie d’Italia. Signorso vale signor suo; fratelmo, fratel mio; patreto, patre tuo. ec. E.
  2. v. 82. E sì traevan con l’ unghie
  3. v. 84. C. M. pescio
  4. v. 86. C. M. ad un di loro,
  5. v. 88. C. M. Dinne,
  6. 6,0 6,1 v. 88 e 94. Latino, significa qui pure uscito di progenie romana. E.
  7. v. 91. C. M. Latin siem noi,