Pagina:Commedia - Paradiso (Imola).djvu/17

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canto


I. 7

Alle nostre virtù, mercè del loco Fatto per proprio dell’ umana spece. Io noi soffersi molto nè sì poco, Ch’io noi vedessi sfavillar d’intorno, Qual ferro che bollente esce del foco. 60 E di subito parve giorno a giorno Essere aggiunto, come Quei che puote Avesse il ciel d’ un altro sole adorno. Beatrice tutta nell’ eterne ruote Fissa con gli occhi stava, e io, in lei Le luci fisse di lassù rimote, 66 Nel suo aspetto tal dentro mi fei, Qual si fe’Glauco nel gustar dell’erba, Che il fe’consorto in mar degli altri Dei. 69 Trasumanar significar per verba Non si poria; però l’esempio basti A cui esperienza grazia serba. 7’2 S’ io era sol di me quel che creasti Novellamente, Amor che il del governi, Tu il sai, che col tuo lume mi levasti. Th Quando la ruota, che tu sempiterni Desiderato, a sè mi fece atteso Con l’armonia che temperi e discerni, 78 Parvemi tanto allor del cielo acceso Dalla fiamma del Sol, che pioggia o fiume Lago non fece mai tanto disteso. 81 La novità del suono e il grande lume Di br cagion m’ accesero un desio Mai non sentito di cotanto acume. 84 Ond’clla, che vedea tue, si com’io, Ad acquclarmi l’animo commosso,